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OTTANTA MINUTI DENTRO IL NUMERO OTTO

Ecco il lampo!

All’uscita dallo spogliatoio il lampo di paura metallica risuona dentro il tubo innocente al centro della cassa toracica riportandomi dalla morte alla vita dall’ottantesimo minuto di otto giorni fa.

Ero morto e ora la paura mi riporta in vita. Dietro alle perle di sudore ghiacciato vedo il nemico muoversi compatto dentro la nuvola di fumo. Muovo le gambe pestando i bulloni metallici sulle piastrelle insieme agli altri suonando una marcia funebre tribale. Bende adesive stringono le tempie e le dita e i polsi e le caviglie e le cosce. Conati di vomito e pulsazioni cardiache e furia e fremito nascosti tra la pelle e il grasso e le fibre.

I pezzi si dispongono sulla scacchiera d’erba. Immobili per un attimo. La bislunga viene calciata in mezzo ai più grossi. Il nemico lancia la cavalleria all’inseguimento. Chiudo le braccia per imprigionarla e stantuffo sul compasso. Piego la schiena e punto la cavalleria avversaria con la spalla destra. Urto frontale. Uno mi prende le gambe e l’altro mi abbraccia di taglio. Cadendo giro il tronco verso i miei compagni stringendo l’ovale. Artigli nemici graffiano la preda fino all’arrivo degli aiuti che le spazzano assieme agli uomini che le muovono.

Spigoli in ogni punto del corpo. Sopra di me un mucchio di gente baruffa per un centimetro. A intervalli irregolari come le scosse di un terremoto. Urlano. Ovvio. Un piccoletto dei miei tenta di prendere il pallone muovendosi come un ostetrica. Probabilmente c’è anche del sangue. Lo prende e lancia il siluro indietro verso la nostra cavalleria che gli parte incontro come centometristi ai blocchi. Mi alzo sulle gambe e le faccio correre dietro ai velocisti lanciati contro il muro avversario.  C’è un tonfo di sacchi di sabbia che cadono nella stiva. Si è già formato il mucchio ordinato sopra il portatore di palla e ora tocca a me. Ne vedo uno stendere la biancheria sopra al mio compagno. Lo punto, abbasso le braccia come le forche di un muletto,accelero e lo scardino dal terreno. Ora occupo il suo posto facendo il ponte sopra il mio compagno. In molti provano a spingermi ma ho fatto le radici e   il mio corpo addormentato sente i colpi sordi e lontani. Ritorna l’ostetrica e riparte il siluro. E io dietro. E giù di nuovo baruffa. E di nuovo la casetta di legno oscilla sotto la tempesta. E di nuovo spigoli e colpi e urla. L’ostetrica decide di menarla ancora con ‘sto sistema. Consegna l’uovo ai grossi in piedi vicino alla baruffa che si lanciano incontro agli altri grossi di guardia di là. E giù. Ancora. Col risultato sfiancante di creare piccole zuffe che avanzano di centimetro in centimetro come vortici sulla sabbia. Il nemico è in apnea ma anche noi e l’ostetrica estrae l’ultimo uovo e lo calcia alto oltre il muro di membra fumante. Parte la cavalleria all’inseguimento. Uno contro uno saltano a contendersi il frutto della Cuccagna col solo risultato di sbattere tra loro accecati dal sogno volante. La bislunga rotola impazzita come uno scoiattolo ubriaco e i giganti, impacciati la rincorrono tentando la cattura. Ma uno dei nostri arriva calciandola bassa e lasciando gli acchiappagalline a mani vuote. Questa si dirige saltellando verso la bandierina ma quando il nostro impagliatore di omoni abbassa il cucchiaio per accompagnarla oltre la linea di meta viene investito lateralmente da un avversario in tuffo sul rene esposto al campo di gioco. Fuori a terra: palla, placcato e placcatore inermi. Touche.

Tocca ragionare.

L’ostetrica si chiama fuori e noi grossi si studia chi salterà di loro. Si forma il corridoio. Loro schierano due blocchi di salto e un furbone alla fine. Totale sette uomini. Ok, sette anche noi allora. Cerco il più alto e gli piazzo la mia carcassa di guardia. Il loro lanciatore ha la palla dietro al collo e squadra la linea di teste con il mento. Il furbone alla fine chiama la formuletta magica ed eccolo sostituire il secondo saltatore mentre gli alzatori del primo blocco vanno verso di lui. Il nostro primo blocco salta per intercettare il lancio e io sposto l’obbiettivo sul furbone che prende l’ascensore verso l’ultimo piano. Urlo ai miei. Appena tocca terra ci da la schiena nascondendo la preda. Gli pianto la spalla sinistra su una vertebra e i miei si legano ai miei fianchi per opporre resistenza. Loro uguale. Si spinge in piedi e là fuori i signorini infreddoliti chiamano il passaggio fuori. Non se ne parla. Anche il pubblico e le panchine vogliono vedere il siluro partire fuori dalle proprie terre. Ma noi niente. E’ una sfida infantile di corpi cocciuti che si muovono come i tentacoli comandati dal cervello della piovra. E la piovra non è un aquila, questo si sa. Provo odio nei confronti dell’avversario che non cede e avanza a piccoli passi. Le mie mani afferrano la maglia del furbone e tiro verso di me con tutta la rabbia che mi rimane. Mi crolla addosso tutta la santabarbara e lì l’ostetrica avversaria si decide per il parto. Lancia dritto alle sue spalle per il calciatore che spara il feto a sessantametri di distanza. Fuori: touche sul punto d’uscita. I contendenti passeggiano esausti a testa bassa verso il punto dove è uscita la palla agli antipodi del campo. Ma io rimango a terra con i polmoni schiacciati dalle costole. Vedo il cielo tempestato di lucciole e un alone mistico che lo circonda. Il ginocchio destro cigola come una vecchia porta e mi fanno male tutte le protuberanze del corpo. Arriva un tizio dalla mia panchina. Mi spruzza del ghiaccio sul ginocchio e mi solleva la testa. Dentro di me un caporale nazista mi ordina di alzarmi e fare il mio sporco dovere. Mi faccio aiutare dal tizio della panchina che mi domanda qualcosa. Non sento niente ma faccio sì dondolando la testa e facendo sbattere il cervello sulle pareti doloranti. Voglio fare la touche. Salto io e consegno il pacco senza aspettare l’atterraggio. La bislunga saetta di mano in mano al 7° cavalleggeri. Autoscontri per tutto il campo, ma i nostri la passano subito dopo l’impatto. E lei finalmente vive come una scimmia tra gli alberi. Seguo l’azione al piccolo trotto, aspettando che torni il fuoco dentro di me. Ma è troppo presto e la cavalleria passa avanti. Fischio dell’arbitro: mischia. Dura. Il caporale mi scalcia le tempie. I primi tre uomini si legano in piedi cominciando una sfida di sguardi con i tre avversari. I due più alti s’inginocchiano dietro di loro e con le mani esterne si afferrano all’inguine dei compagni davanti. Le due terze linee appoggiano la spalla interna al sedere delle seconde pronti a spingerli ma tenendo d’occhio quello che succede fuori per partire come cacciabombardieri appena esce l’ovale. Io mi tengo dietro alle loro maglie per timonare il gruppo di spinta. L’arbitro chiama: Bassi! Tocco! Pausa! Ingaggio! I primi sei s’incastrano tra loro spingendo come tori. Urla disumane là sotto. Io comando la piovra ora. Alzo la testa per controllare la schermaglia tra ostetriche e tento di virare la testuggine in maniera che l’uovo esca protetto nella nostra parte di campo. Finalmente la nostra ostetrica la introduce spizzicandola col pollice per farla rotolare in mezzo alle nostre gambe. Mi arriva, l’afferro e parto. Bocca spalancata. Spalle basse. Gomito libero alto davanti al viso e razione extra di carbone in sala macchine. Sfondo una prima linea di placcaggio e mi tuffo sbilanciato verso il secondo gruppo più attento che tenta subito a terra di fregarmi la refurtiva. Me la nascondo sotto la pancia e la metto a disposizione dei miei dietro al sedere. Sopra di me un amico fa da guardia come un platano ma un avversario frustrato gli arriva addosso come un treno lateralmente. Fischio dell’arbitro. Piazziamo.

Appare il nostro biondino con i pantaloncini freschi di bucato. L’elegantone, qua, si occuperà di monetizzare il nostro sforzo calciando la punizione.

Noi della sala parto, si rimane immobili alle sue spalle a cercare ossigeno con le manacce sui fianchi. Qualcuno perde lo sguardo dietro ai pali pensando come un contadino al lavoro fatto per avere un raccolto così scarso.

Silenzio assoluto.

Il biondino sistema il siluro sulla basetta come un artigliere. Strappa un ciuffo d’erba e, in piedi, solenne, lo lascia cadere per intuire la direzione della brezza pomeridiana.

Dritto come un militare in parata, esegue dei passi lunghi come un insegnante di walzer tracciando la linea di rincorsa. Finalmente si ferma sull’attenti e squadra di taglio il centro dei pali.

Silenzio assoluto.

Il biondino unisce i pugnetti. Abbassa il culetto con la schiena dritta. Guarda il pallone e poi i pali. Il pallone e poi i pali. Si decide. Rincorsa lenta e marziale; calcia usando le braccia dritte alzate come un vigile urbano, la schiena dritta indietro per accompagnare l’eleganza della gamba calciante. La bislunga parte diritta frullando sull’asse degli spigoli come una girandola viaggiando come un satellite verso la meta. I guardialinee giù a terra confermano i tre punti alzando le bandiere.

Ti è andata di lusso biondino.

E ricomincia la guerra di posizione. In sala parto si travaglia e le ostetriche hanno il loro daffare. Qualche antico poeta della mischia disse che in questo sport c’è chi suona il piano e chi lo sposta. Bhè; oggi il piano si sposta solo e pesa un accidente. Touche, Mischia, Maul e Ruck: quattro maniere disciplinate per dirsi ti odio. I pianisti là fuori scalpitano infreddoliti in attesa di essere chiamati in causa. Ma oggi non si suona. Oggi si scava al centro della terra in cerca di noi stessi. Insieme come i topi e le rondini.

Nella mia sala macchine c’è un problema. Manca il carbone e il caporale è una furia. Là fuori i compagni hanno bisogno di me. L’erba fine innaffiata con acqua e zucchero è diventata una trappola di sabbie mobili. Ogni movimento del corpo assume il peso specifico di una stella nana. Ma il dolore è sordo adesso e lontano.

Lontana è anche la paura ora. Ora compagni ed avversari cercano insieme l’uscita dell’Inferno come cavalieri medievali. Solo l’onore stabilirà chi esce prima.

Quei calci piazzati. Quell’infimo tesoro contadino viene assegnato contro chi sgarra in battaglia.

Ma sono vivo, lo so. E quando tutto questo sarà finito tornerò a dormire.

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