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Fino alla fine del Mondo: A-Social network

Ricordo un finale d’estate del 1991. Nascevano i primi telegiornali Fininvest. La prima chiamata con un cellulare GSM. La prima guerra del Golfo e gli Scud su Israele. La fine del PCI e il settimo governo di Andreotti. Le guerre d’indipendenza delle ex-repubbliche sovietiche e la fine del Patto di Varsavia. Maradona e la cocaina. Cocciante che vince a Sanremo con Se stiamo insieme. Il Grunge da Seattle e i centri sociali. Ah, già; nasce il World Wide Web e noi andammo al cinema a vedere l’ultimo film di Wenders: Until the end of the World.

Uscimmo dal cinema commossi e ipnotizzati dopo quattro ore. Andammo al bar di fuori a bere qualcosa di forte e vidi da lontano tra la folla di cinefili un mio caro amico dall’animo molto abrasivo. Ci parlammo con gli occhi che lacrimavano e non ci dicemmo nulla.

Avevo molto tempo per stare da solo con la mia pignatta fumante e in quei giorni pensavo continuamente a quel film. Ero convinto che a quarantasei anni, Wenders avesse finito il suo lavoro lì. E non mi sbagliavo di molto. Da bambino il secondo film che vidi al cinema fu 2001 Odissea nello spazio ed ero convinto di avere capito tutto. E così fu anche stavolta.

Il fatto è che io sono la società in cui vivo. Quella volta io e il buon Wim potevamo permetterci di essere molto…molto lirici. Perchè vivevamo in una società che tollerava un lirismo di questo tipo. Tutto cambiava e così anche le cazzate assumono una luce più importante. Non so se mi spiego.

Delacroix servito col telegiornale e tutte ste cose umane che fanno a botte per entrare nella storia. Ecco quello che dev’essere stato.

 

E poi, sì. E’ una questione di ritmo. Di senso del tempo.

Nel 1991 si decantava tutto e ci si poteva permettere di fare un film di quattro ore, con sequenze mute di cinque minuti e dargliela a bere un po’ a tutti.

 

Durante la realizzazione del film, all’inizio del 1988, Wenders ha scritto in un articolo: “Il prossimo film (“Until the End of the World’) sarà un eccesso di movimento nello spazio, ma è esattamente per provare, per dare la prova stessa che il movimento nello spazio è inattuale, che si può andare in una sola volta intorno al mondo senza realmente andare lontano.”

 

L’aspetto forse più interessante di questo film è costituito dal movimento senza sosta dei personaggi che agiscono nel tessuto della trama: da Venezia a Parigi, da Berlino a Lisbona, da Mosca a Pechino e poi Tokyo, San Francisco e l’Australia. Tutti i luoghi si rincorrono fra loro. L’idea del viaggio viene vanificata come ricerca dell’identità e della conoscenza di sé: in un mondo uniformato per i gusti che abbiamo, gli utensili che adoperiamo e per le apparecchiature elettroniche di cui ci serviamo, non c’è più spazio, sembra voler dire Wenders, per un movimento che serva a ritrovare sé stessi. Non a caso nel film vengono mostrate soltanto camere d’albergo e stazioni del metrò, ristoranti, uffici e hotel in una continuità fluida e compatta come se il tutto si svolgesse in una sola, sia pur vasta, metropoli.”

 

L’altro aspetto interessante, ma senza dubbio più sofferto, al quale il film fa riferimento riguarda la perdita della sacralità dell’immagine (non del cinema però), la sfiducia nella sua capacità comunicativa, il pericolo di una proliferazione di immagini nella nostra civiltà che rischia di non farcela più vedere, la necessità di imporre una regolamentazione dei limiti morali per la riproduzione visiva (nel film viene mostrato ad esempio come la tecnologia permetta di trasferire su monitor i sogni notturni delle persone e di come tutto ciò diventi materiale di intrattenimento). E’ con questa triste consapevolezza che Wenders fa ritorno a Berlino, dove nel frattempo è caduto il Muro e sono cadute le barriere che dividevano il mondo in due blocchi, ma dove ancora gli angeli non si sono stancati di osservare gli uomini e le loro sofferenze.”

 

E’ stato di una crudeltà ipertestuale. Già dal titolo.

In quel momento Wenders celebrava la fine del lirismo delle immagini e della narrazione e contemporaneamente alla nascita del web e della nuova frontiera della telefonia mobile ne cantava già il requiem umanistico.

Infatti. Ora non se lo ricorda più nessuno.

Adesso si va di fretta. E si blatera di web 2.0 e della parola più vuota e più usata del momento: CONDIVIDERE.

 

“Divennero tutti come dei drogati: vivevano per vedere i loro sogni, e quando dormivano sognavano i loro sogni.”

 

Condividere diventa per noi oggi, dare un segno della nostra esistenza. Fare di noi stessi un prodotto da far consumare agli altri in poco tempo.

 

Da “Vita liquida” di Zygmunt Bauman (Laterza 2006): “Vita liquida» e «modernità liquida» sono profondamente connesse tra loro. «Liquido» è il tipo di vita che si tende a vivere nella società liquido-moderna. Una società può essere definita «liquido moderna» se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure. Il carattere liquido della vita e quello della società si alimentano e si rafforzano a vicenda. La vita liquida, come la società liquido-moderna non è in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo.”…” Il testo inizia con un analisi dell’individualismo. Esso è costituito da un paradosso di fondo: se essere individui significa “essere tutti diversi”, allora ognuno è uguale all’altro. In una società individualista «ciascuno deve essere un individuo: almeno in questo senso, chi fa parte di una simile società è tutto fuorché un individuo diverso agli altri, o addirittura unico» (pag. 4). L’individualità, la ricerca del “vero me stesso”, appare come un obiettivo da svolgere individualmente, «un compito affidato dalla società ai suoi membri» (pag. 7); ma è un obiettivo che, nel momento stesso in cui è dato, è destinato a non essere mai raggiunto.

La società liquido-moderna, però, oltre a fornire un impossibile compito di vita, fornisce le risposte a questa stessa impossibilità: la “migliore” di tali risposte è il consumismo. Il mercato dei consumi, fondato prevalentemente sul conformismo, diventa “il miglior amico dell’individuo”; ne consegue che «Per essere individui, nella società degli individui, bisogna tirar fuori i soldi, un sacco di soldi» (pag. 15).

Come il bisogno d’individualismo, anche la costante richiesta di “sicurezza” (che anche qui in Italia si va pian piano sostituendo ad ormai vecchi termini quali “legalità” o “giustizia”) da parte dei cittadini non verrà mai soddisfatta.”

n questi giorni stavo aggiornando l’applicazione “Facebook” sul mio Iphone. Ero soddisfatto di certi problemi risolti dagli sviluppatori e sono andato a buttare l’occhio sui commenti di feedback: la gente era letteralmente impazzita di rabbia. Migliaia e migliaia di messaggi isterici contro il servizio reso dall’ultimo aggiornamento (a gratis, tra l’altro). Una comunità criptata di tossici a cui si stanno sottraendo le dosi minime.

Peggio il giorno dopo. Una puntata di Report parla di Google e dei Social network svelando le strategie di marketing, di indicizzazione delle proprie preferenze e di violazione a scopo di lucro della privacy degli utenti edonisti, i quali, non pagando i prodotti offerti, diventano loro stessi, CONDIVIDENDO SE’ STESSI, prodotto stesso.

La Gabanelli non aveva finito di parlare che già la rete ribolliva di quarantenni indemoniati da tanta ignoranza, scorrettezza e sperpero del denaro pubblico. Reazioni anche più scomposte dei clienti dell’Apple store da parte di giornalisti, docenti universitari e tutti coloro che vanno in deliquio totale al solo avvento del “Geotagging” sui loro smarth-phone che a sentirli come avevano potuto farne a meno fino all’ora dell’altro ieri.

E’ notte adesso. C’è silenzio e non sono connesso a un social network. Mi sembra che la pignatta sia tornata per un attimo come nel 1991. Chissà cosa farà in questo momento Wim Wenders.

Solveig Dommartin, l’attrice di quel film era la sua compagna. Scrisse con Wenders quel film e poi morì d’infarto nel 2007.

Penso ai tossici dei social network e rivedo Claire ranicchiata dentro una caverna australiana, abbandonata dagli aborigeni, ipnotizzata dai suoi sogni proiettati da un Ipad antidiluviano.

«Ma nessuno può salvare un uomo perso nei labirinti del suo animo»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  1. loris
    12 aprile 2011 alle 6:54 am

    Esci dalla caverna è primavera…http://lazappasuipiedi-lortis.blogspot.com/

  2. 12 aprile 2011 alle 2:10 pm

    Mmm…facciamo che ti guardo dalla caverna con invidia smodata. Però anche tu Loris: a quel blog glielo vogliamo levare quel bordino arancione?!

  3. loris
    12 aprile 2011 alle 7:54 pm

    nero verde va bene? o solo werde ?

  4. monieffe
    21 maggio 2011 alle 2:43 pm

    Ho visto un po’ di anni fa “Fino alla fine del mondo” e quello che hai scritto mi ha ricordato le sensazioni che avevo provato allora. Bel Post! ciao 🙂

    • Ofillighan
      21 maggio 2011 alle 7:23 pm

      Grazie. Di un altra cosa sono convinto: è un film molto femminile e anche questo è un motivo valido per essere dimenticato…

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