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Sickgruba; quando l’uomo senza qualità diventa maestro.

SickgrubaDovevo farlo. Ecco. Per questo esco dalla tana quassù.

Non è nemmeno un libro: è un affronto alle  regole di questo mercato, all’e-book e a tutto ciò che vi narcotizza giorno e notte.

Una vera stella nana di parole e di carta.

Premetto che entrare in un libro di un amico è come compiere una violenza sessuale; tantopiù che Silvestri è posseduto dal demone della parola e nemmeno si accorge di che razza di lezione sull’assurdità del nostro tempo ci sta impartendo.

“Non so di cosa parli. E’ come se prendessi un calcio qualche volta”. Questo mi ha  detto di quando scrive.

Ma cosa c’è dentro ‘ste 64 pagine di cartoncino Fedrigoni, legate a mano e impresse in caratteri Simoncini Garamond (per conto di Sinopia Libri)?

Due racconti: “Sickgruba” e “En revenant à Lourmarin”. Il primo è la storia di un immaginario pianista di Hitler e il secondo un altrettanto immaginario monologo di Albert Camus, in auto con il suo editore Gallimard, poco prima dell’incidente in cui perderanno la vita.

Due storie. Ed è già una notizia; gli europei non sono più in grado di raccontare storie.

Due uomini senza qualità; il primo condannato all’eternità ma all’oblìo della sua inettitudine e l’altro a una precoce scomparsa subito dopo il nobel, premio faustiano dell’abilità (di un altro inetto), determinato però a sedurre l’accademia per piegarla ai suoi discutibili fini.

Tutti e due nascono da genitori ordinari impegnati a sbarcare il lunario, ma in ambedue è fondamentale la figura del “maestro”, sorta di big-beng deterministico molto poco cattolico, nelle loro vite.

Infatti l’economico maestro di pianoforte di Sickgruba non insegna un benemerito al nostro che tuttavia sembra avere con lo strumento e la musica un rapporto molto fisico; quasi jazz. Lo vediamo dopo il rifiuto della commissione del Conservatorio battere i tasti sempre più violentemente per far ridere la madre. Il maestro di Camus è invece un talent scout che lo spingerà verso la carriera di scrittore affermato.

Sickgruba come tutti i falliti va a lavorare.

Ma un giorno muore la madre e tutto precipita come in sogno: “Poi lei è morta e tutti sembravano diventati poveri. Sul serio, non è uno scherzo. La gente per strada, tutti vestiti di stracci, e quelli seduti a ogni angolo che chiedevano dei soldi, seduti per terra. Il ristorante dove lavoro di colpo si svuota. Serate intere con le mani in mano, con la mia giacca bianca e il padrone che si dispera con le mani nei capelli mentre i fuochi della cucina rimangono spenti per giorni, per settimane e il cuoco si scola una bottiglia dopo l’altra mentre aspetta e aspetta. L’impressione che tutto cada a pezzi, in quei giorni. La gente che urla di rabbia per strada, mia madre che non respira più, il pianoforte che si riempie di polvere in salotto e io che vado avanti e indietro nella sala del ristorante, morto di freddo…”

Sickgruba come tutti i falliti si innamora di un profeta che vomita odio dentro una sordida birreria: “E poi, il luogo dove l’ho incontrato, il posto più sordido del mondo, in mezzo alle persone più disprezzabili, in mezzo al puzzo di sigari e di birra, al puzzo di piscio umano che esce dal gabinetto senza porta, in mezzo alla feccia (…) se ricordo bene qualcuno deve aver pronunciato il suo nome, prima che cominciasse a parlare, ma chi ascoltava i nomi delle persone quella volta? Tutto stava per finire, tutto andava a pezzi a una velocità spaventosa, che importanza poteva avere un nome? (…) Domani grideranno per qualche altro pazzo che li conciona, perchè non aspettano altro che conforto, poveri idioti, nient’altro che una spiegazione (…) gridano qualcosa assieme, adesso, mentre il profeta grida più forte per farli stare zitti (…) ha uno strano timbro di voce, somiglia all’abbaiare di un cane, qualcosa di stridulo alla fine, qualcosa di rotto”

Sickgruba attira l’attenzione del profeta, (che sembra un “guscio vuoto” quando smette i panni di predicatore) suonando Wagner scompostamente al suo piano. Gli ricorda i suoi fallimenti alle Accademie di belle arti da cui è stato espulso. Ovvio.

E così entra nella sua corte. Tiene sotto controllo la donna del Capo. Un’altra fallita : “Lei si annoiava, ecco tutto. Passava da un divano all’altro da una poltrona all’altra. Era bella, più la guardavo più apprezzavo il taglio dei suoi occhi, la forma degli zigomi. Una bella ragazza annoiata a morte. A volte di sera si metteva a bere, per far passare il tempo, e poi mi chiedeva di accompagnarla al pianoforte. Era intonata ma la sua voce era roca, volgare. Dovevo seguire le sue divagazioni, mentre cantava. Prendeva fiato nei momenti sbagliati, la ragazza, d’altra parte nessuno le aveva mai insegnato come si canta e quando cercavo di darle qualche consiglio si metteva a ridere per poi ricominciare a cantare esattamente come prima, e si interrompeva per dirmi ridendo che non ero proprio la persona adatta per dei consigli musicali”

Ripensando alla stella nana, è incredibile come tutte queste parole, tutto questa roba, siano racchiuse in questo oggettino…dalle pagine pure spesse, da acquerello…

Fedrigoni - Sinopia

Com’è e come non è, la ragazza ha già capito tutto: “Se sei così libero perché non esci e mi permetti di andare dove voglio? Avrai pure qualcosa da fare, no? Non sapevo cosa rispondere perché non sono mai stato molto furbo nelle discussioni, mai stato veloce con il pensiero. Poi parlavamo di lui per ore e ore, mentre aspettavamo il suo ritorno. E’ un produttore di odio, ha detto lei una sera dopo aver bevuto troppo. Un produttore di odio. Lo emana come altri emanano il puzzo del loro sudore. Cola dal suo corpo, ha detto, lo produce senza fatica, è nato per questo. Non è così, ho risposto…”

Il resto lo immaginiamo. Lui la possiede sul divano. S’innamora. Il capo quando torna a casa una sera la uccide e Sickgruba si sveglia dal torpore della routine al servizio del capo.

Promette al lettore vendetta. Promette al lettore, alla madre, a dio, al mondo e a sè stesso che “non devo farmi prendere dalla mia solita frenesia musicale, in questo caso le cose devono essere fatte con calma e con cura, con la massima attenzione e niente deve rimanere improvvisato, non questa volta…”

Ma Sickgruba ci chiede tempo. Molto tempo: “Lasciate che prenda del tempo e sistemerò le cose, lo prometto. Non fareste così anche voi, dopo tutto? Intendo, non prendereste anche voi del tempo?”

Camus invece ha avuto successo. Ha preso il nobel e ora guida a tutta velocità la sua auto nelle campagne parigine. Seduto accanto c’è il suo amico ed editore Gallimard. Camus parla. Un monologo tourettico, assoluto. Non sentiamo nemmeno le risposte di Gallimard. Forse il monologo è così travolgente che non ha nemmeno il tempo di interloquire. Camus parla molto del suo maestro a cui deve il suo successo, sì anche all’amico Gallimard, che è il suo editore, si capisce. Ma è lui. Il vecchio maestro di scuola, che intravvede delle capacità in quel ragazzino taciturno. Ne parla talmente tanto che a un certo punto, nonostante sia morto già da anni, compare seduto dietro di loro. Fantasma forzato controvoglia ad ascoltare questo schizofrenico monologo.

“Più ci penso e meno riesco a capire cosa sia riuscito a vedere nel poveraccio che ero all’epoca (non che le cose sian cambiate poi tanto) uno  che non parlava mai, che cercava disperatamente di scomparire in fondo alla classe, di diventare grigio come quegli armadi dove infilavamo i nostri cappotti e le nostre borse per i libri e tutte le altre cose che i ragazzi si portano dietro quando vanno a scuola. Poi i miei genitori si sono presentati a scuola e per la precisione mi hanno accompagnato a scuola e io mi vergognavo di loro, dei loro vestiti e delle loro scarpe e del modo stesso in cui camminavano e mi vergognavo di me stesso, del fatto che avevo sbagliato in modo così stupido il posto dove nascere”

Come se l’abitacolo dell’auto si trasformasse in un lettino, il nostro scrittore dilaga: “Michel, lasciami parlare…tu non puoi capire, tu vieni da una famiglia completamente diversa dalla mia e, credimi, non credo tu possa capire. No…ti prego Michel, non voglio fare la vittima. Però devi ammettere che veniamo da due mondi differenti, tu non puoi capire…il tuo successo era scontato…no, non voglio dire questo, non offenderti, non so cosa mi prende oggi, non riesco a spiegarmi come vorrei…non volevo dire quello che ho detto, perdonami. E’ solo che ho dovuto seguire le aspettative dei miei, e quelle del mio maestro. Come essere su un binario, e un bambino che ha il destino segnato non è più un bambino. E tutto questo grazie a lei, maestro, grazie per aver fatto finire la mia infanzia così presto. (Ironico) Grazie, e grazie ancora, maestro”

E poi il nobel. La beffa dell’inetto di successo: ” Potremmo essere due angeli, Michel, adesso. Tre, anzi. (Volgendo leggermente la testa all’indietro) Cosa dice, maestro? Che sono cambiato? Certo che sono cambiato! Tutti cambiano e nel mio caso, come dire…le promesse sono state mantenute…peccato usare una frase così bella in un contesto come questo. E’, come dire, funebre…ah, Michel! (…) Ripenso agli applausi di Stoccolma. A tutta quella gente, al mio discorso. Non so cosa mi abbia preso. Ho cercato di dire qualcosa, in quello stupido discorso. Che idiota sono…uno pensa di essere diventato adulto invece resta sempre un bambino. (…) nel corso di tutti gli anni di tirocinio non ho fatto altro che tentar di imparare la difficile arte del pensare con il cervello degli altri. Ho studiato il modo con cui sceglievano il vincitore, come sono cambiati i termini di giudizio nel corso degli anni. Mi sono applicato con tutte le mie forze alla soluzione di questo problema, l’unico che abbia mai avuto una qualche importanza nel corso della mia vita.”

Sono così importanti le parole in questo libretto. Così dense. Nemmeno una di troppo. Nemmeno una pagina traducibile in immagini. Tutto resterà scolpito per sempre nei cartoncini d’acquerello di queste 200 copie numerate e niente uscirà da lì.

L’Arte non è vendibile a nessun mercato. Non è condivisibile in nessuna pagina appestata di banner pubblicitari, non è una donna focomelica di plastica che deturpa l’armonia delle forme di una città inventata in un sogno lontano.

Forse ha ragione Silvestri. E’ solo in mano a un piccolo maestro capriccioso.

Bad Ibsen with zero plausibility“I fantasmi non potranno mai avere la nostra sostanza, anzi non potranno mai averne alcuna. L’autore se ne faccia una ragione.”

 

 

 

 

 

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